Prevenzione, la grande assente delle catastrofi italiane

Dalle professionalità del Centro Studi Edimas una proposta in dieci punti per un futuro che non si può prevedere, ma si deve costruire.

Dinanzi alle distruzioni che si susseguono a cadenza regolare e a distanza ravvicinata, la domanda non è più cosa sia successo ma perché continuino a succedere.

Da diversi anni, Edimas, il Centro Studi in Emergency and Disaster Management, unisce esperti della protezione e difesa civile con esperienza sul campo, professionisti del saper fare, non solo del sapere, per mettere a sistema persone e conoscenze, sensibilizzare alla cultura della prevenzione a partire dalle scuole e aiutare comuni e territori a diventare più resilienti.

La cronaca di questi giorni riporta con prepotenza alla ribalta la questione urgente sulla quale Edimas insiste ormai da troppo tempo, la ragione che soggiace a tutte le sciagure, l’assente più ingombrante: la prevenzione.

Le storie di morte e le case polverizzate sono le stesse che abbiamo visto a Finale Emilia, all’Aquila, prima ancora in Umbria, Irpinia e Belice. Da decenni le cause e le conseguenze sono le stesse, ma sembra che la loro identica ripetizione non abbia suggerito che è la fase pregressa quella sulla quale intervenire, con un massiccio intervento di prevenzione.

Il Sistema Paese manca di cultura della prevenzione e continua a relegare nella sfera della fatalità e dell’imprevedibilità questioni per nulla aleatorie, al contrario scientifiche, conosciute e affrontabili.

La formazione manca a tutti i livelli e stenta a consolidarsi la rete – competente e operativa – di professionalità dedicate alla pianificazione e alla gestione multidisciplinare delle crisi, capace cioè di coordinare le molteplici competenze e le strutture necessarie nelle situazioni emergenziali.

Nel sistema socio-economico nazionale e continentale, la pianificazione strategica territoriale ha una duplice funzione, essendo sia la leva per ottenere comunità più consapevoli e quindi resilienti, sia l’unico strumento che permette ai Sindaci e agli amministratori locali di non essere individuati come i responsabili civili di simili catastrofi.

Il Comune è probabilmente l’anello più debole della catena del sistema di Protezione Civile, esposto in prima linea, privo di persone formate e dedicate a tempo pieno alla prevenzione, dotati, quando non ne sono completamente privi, di piani non integrati con le altre componenti e strutture operative del sistema, non testati nella loro effettiva efficacia e non condivisi con la popolazione comunale e dei territori limitrofi. Senza giri di parole, il risultato di questa situazione è un comune incapace di comunicare ai concittadini per renderli consapevoli dei rischi che corrono, incapace di fornire informazioni dettagliate e corrette alle istituzioni di livello superiore, incapace di permettere il funzionamento dell’intera macchina dei soccorsi. In sintesi, un comune incapace di garantire la sicurezza dei propri cittadini, che vengono esclusi dal processo di pianificazione e che vivono con passività i piani loro imposti dalle proprie amministrazioni, mentre il loro coinvolgimento e’ condizione essenziale per l’incremento della resilienza territoriale.

In ordinario il servizio di protezione civile comunale – servizio essenziale – viene principalmente affidato all’Ufficio Tecnico Comunale, che generalmente non ha né competenze né tempo per gestirlo. Nella maggior parte dei casi  si limitano ad affidare la stesura di piani di protezione civile a professionisti esterni, spesso ripresi da altre realtà solo per adempiere all’obbligo normativo e assolutamente distanti dal territorio e dalla popolazione.

A quanto pare Amatrice aveva un piano di protezione civile paradossale e incongruente con se stesso, che prevedeva come luoghi di accoglienza per gli sfollati le stesse zone individuate come maggiormente a rischio. L’Hotel Roma, ad esempio. Il piano del comune di Accumoli era un goffo e incosciente copia-incolla di quello di Amatrice: stessi referenti, stesse vie, stesse piazze.

Rimettersi a fare la conta delle vittime non appare più così imprevedibile. E continueremo a farla fintanto che non ci saranno persone competenti a tutti i livelli territoriali – Comuni, Prefetture – che si occupino in via esclusiva e ordinaria di pianificazione, anche in tempo di pace, non nei ritagli di tempo tra una mansione e l’altra e che esca dai confini comunali per avere una visione territoriale, che sappia avvalersi anche dei fondi europei.

Uno scenario diverso non è solo un auspicio, ma un dovere da compiere.

Dieci punti di proposta per un futuro che non si può prevedere, ma si può costruire insieme.

  1. Consolidare una politica di prevenzione sismica e idrogeologica e di messa in sicurezza dei territori.
  2. Istituire un sistema coordinato di gemellaggio dei territori più vulnerabili con le diverse regioni in caso di catastrofi.
  3. Effettuare adeguate e sufficienti esercitazioni di tutto il sistema di protezione civile sui rischi individuati nei territori più vulnerabili.
  4. Individuare validi indici di resilienza dei territori e delle comunità.
  5. Riconoscere a livello istituzionale le competenze professionali qualificate in grado di pianificare i rischi e gestire le emergenze, in modo che  il sistema di protezione civile possa valorizzarle e mobilitarle per una più adeguata risposta alle situazioni critiche.
  6. Colmare la carenza legislativa nel coordinamento tra le competente tra Stato, Regioni ed enti locali.
  7. Prevedere un forte coordinamento locale dei soccorsi in sinergia con le autorità nazionali.
  8. Prevedere maggiori risorse per la gestione dei soccorsi, per interventi di prevenzione e di pianificazione territoriale e urbana.
  9. Sensibilizzare i cittadini affinché diventino consapevoli dei rischi connessi al territorio e dei comportamenti più idonei da adottare.
  10. Rafforzare il ruolo della comunicazione , tramite canali chiari e riconoscibili, gestiti da fonti autorevoli e in modo continuativo,  utilizzandola come leva strategica prima, durante e dopo l’evento, per creare cultura di prevenzione, fornire aggiornamenti, stabilire un contatto diretto con enti preposti alla gestione dell’emergenza, la comunità scientifica e le autorità politiche e di governo.

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